Il miracolo della Dea

Sport

Ieri sera si è giocata una partita che probabilmente rimarrà nella storia di questo sport e che difficilmente si potrà dimenticare.
Una squadra, che giocava in trasferta, ha dominato chi, da quasi un decennio, ha deciso di ammazzare il campionato italiano, fregandosene del rispetto della competitività, dei limiti imposti dalle norme, della regolarità dei bilanci, monopolizzando il mercato, arrivando a pagare un monte ingaggi di quasi tre volte superiore a quello previsto dalla seconda, l’Inter, già molto alto, e addirittura di otto volte superiore all’altra squadra nero azzurra, che ieri sera l’ha dominata.
Tutta l’Italia tifava per la “Dea”, fatta eccezione per quei dieci milioni di tifosi juventini, sparsi ovunque, non solo perché rappresenta la provincia più colpita dalla tragedia della pandemia, ma perché da alcuni anni incarna l’esempio della gestione oculata, della possibilità di arrivare in cima, anche senza disporre di fatturati miliardari, semplicemente affidandosi a competenza, passione, programmazione e impegno.
Sul campo la risposta è arrivata, anche se alla fine il risultato ha praticamente sancito l’ennesima vittoria bianconera, il nono scudetto di fila, con un pareggio ottenuto semplicemente per la concessione di due calci di rigore, che in base all’interpretazione del regolamento potevano anche esserci, ma che guarda caso alla Juventus vengono sempre assegnati, mentre a tante piccole e medie squadre, compresa la nostra, molto spesso no.
C’è chi dice che l’Atalanta è una realtà che è difficile prendere ad esempio, per club ambiziosi come il nostro, ma non appartenenti all’attuale elite del calcio italiano, in quanto a Zingonia si sarebbe creata una miscela miracolosa, difficilmente riproponibile da altre parti, perfino difficile da spiegare razionalmente.
Io non credo sia così, ricordo che solo dieci anni fa l’Atalanta retrocedeva in serie B, pur avendo sfornato anche nei precedenti decenni tanti giocatori di qualità per il calcio italiano, andati a rinforzare le grandi squadre e che il miracolo “Dea” lo si deve soprattutto alle capacità, al carisma, alle idee di gioco del suo attuale allenatore, capace di valorizzare al massimo giocatori che in altri contesti non si erano particolarmente distinti, oltre che far crescere elementi del vivaio, spesso ceduti a cifre importanti, per fare cassa e da reinvestire, rinforzando la rosa.
Con i dovuti distinguo io vedo della analogie nel gioco che intende sempre sviluppare Sinisa, con le idee di calcio di Gasperini, sempre proiettato ad offendere, occupando tutte le zone del campo, con un’incredibile energia fisica, sviluppando schemi studiati a memoria, ma anche con grande qualità, quella qualità che garantisce un giocatore come Gomez, che noi purtroppo oggi non abbiamo.
Per carità oltre ad un Gomez ci manca anche un centravanti come Zapata, un fantasista come Ilicic, forse un portiere affidabile come Gollini, nato a Bologna, due terzini sempre pronti ad offendere, due mastini a centrocampo come Freuler e De Roon, dei centrali difensivi affidabili, ma sono certo che se in quel sistema venissero inseriti elementi come Tomiyasu, Svamberg, Schounten e lo stesso Orsolini attuale, che non è più quello che ha avuto Gasperini per sei mesi, farebbero la loro figura.
Nel miracolo Atalanta, se ancora così si può definire, dopo tre anni di prestazioni ad altissimo livello, quello che prevale è il sistema, non la qualità del singolo, con l’unica eccezione di Gomez, che è un giocatore che vorrebbero avere tutti, ma che Gasperini è stato bravo a far giocare libero per il campo, senza un ruolo definito, rendendo molto difficile il contrasto al suo gioco.
Oggi, a freddo, aspettando la nostra partita, penso che comunque, nonostante il risultato, ieri sera la “Dea” abbia scritto una pagina importante di calcio, che concede speranze anche a tante altre formazioni, che non possono e non vogliono percorrere la strada degli investimenti esagerati che ha imboccato la Juventus di Andrea Agnelli, al quale deve essere rimasta indigesta l’onta di una retrocessione e di una condanna che credeva di non meritare.
Per me, e credo per molti, lo scudetto morale è dell’Atalanta, per la sua qualità di gioco, non solo per il doveroso tributo alla provincia che rappresenta e mi auguro che possa rappresentare le sorpresa della Champions.

Fonte: Claudio Baratta