Un uomo buono

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“Ho ucciso un uomo e in molti mi hanno perdonato. Ho amato un uomo e in molti dicono che questo faccia di me una persona malvagia, pare sia un crimine imperdonabile. E così, anche se non sono stato in prigione, sono rimasto in cella per quasi tutta la mia vita”

Non voleva boxare, Emile Griffith, iniziò solo perché obbligato dal capo della fabbrica di cappelli per cui lavorava.

Era un uomo buono. Era un meraviglioso campione mondiale dei pesi welter e medi, un atleta splendido per estetica ed efficacia.

Per l’opinione pubblica divenne un killer, un assassino, dopo aver lasciato privo di vita, sul ring, il cubano ‘Benny’ Paret. Una disgrazia pugilistica che segnò nell’intimo la fragile anima del nativo delle Isole Vergini.

Era omosessuale, un segreto che tenne a lungo per sé nell’universo machista della boxe anni ‘60 e ‘70. Era, per il popolo tricolore, la gentile nemesi di Nino Benvenuti.

Con l’esule istriano diede vita ad una trilogia che fermò l’Italia intera. “Non puoi non diventare amico di un pugile con cui hai condiviso la bellezza di 45 round”, disse all’epoca il grande Nino.

E amici lo diventarono, amici stretti nella buona e, soprattutto, nella cattiva sorte. Una sorte che aveva riservato a Griffith una senilità di stenti: un durissimo declino segnato dalla solitudine e dall’incedere dell’Alzheimer.

Fu proprio Benvenuti a correre in soccorso del suo antico rivale, portandolo nel Bel Paese, istituendo raccolte fondi, regalando all’esistenza di Griffith una degna chiusura di sipario.

Il 23 luglio 2013 Emile Griffith ci ha lasciato a 75 anni: l’ultima campanella di un “campione di correttezza”, come lo definiva Benvenuti stesso.